Da lontano, in silenzio, ci sono coloro che osservano. Alcuni si trovano per strada o sulla soglia delle loro abitazioni, in attesa che le Forze dell’ordine chiudano i cancelli. Altri, invece, guardano dalla finestra dei condomini di via Ada Negri, nell’area di Seveso, separata dal Bosco delle Querce dal torrente Certesa. Qui, un insieme di piccole case arancioni con tapparelle verdi abbassate accoglie i residenti. Nei cortili, ci sono coloro che nel luglio del 1976 erano bambini e oggi portano i segni del tempo. Si avvicinano lentamente alla tensostruttura allestita per il cinquantesimo anniversario del disastro dell’Icmesa, dove le sedie si riempiono progressivamente. Arrivano cittadini, amministratori e rappresentanti delle istituzioni, ma soprattutto loro: i testimoni di una ferita che il tempo non ha cancellato.
I ricordi del disastro Icmesa
“Avevo 10 anni – racconta Cristina, residente in via Negri da oltre 30 anni – e ricordo che mia madre aveva un orto e dei conigli. Tutto fu distrutto, gli animali portati via per il timore di contaminazione. Ricordo i tecnici della Regione che giravano per i campi dietro alle case e, soprattutto, ricordo quell’odore dolciastro che ti rimaneva addosso. Da quel giorno, tutto ciò che riguardava Seveso, compresi i cittadini, era considerato contaminato”.
La colonia in Abruzzo
Monica, presente da sempre, si avvicina:
“Mio padre – ricorda – ci fece subito chiudere le tapparelle, aveva notato la nube e sulle finestre c’era una patina umida. Eravamo piccoli e ci mandarono in colonia per tenerci lontani. Io andai in Abruzzo con altri bambini e ricordo che, appena scesi dal pullman e nei giorni successivi, ci circondava il rifiuto di tutti. Dicevano che eravamo contaminati e i genitori raccomandavano ai bambini del posto di non toccarci. Non capivamo bene il perché, ma ci vergognavamo moltissimo”.
Un parco di memoria
Oggi, dove un tempo c’erano le aree più contaminate, sorge un’area verde: il parco naturale del Bosco delle Querce, recentemente insignito del Marchio del patrimonio europeo. Alberi, sentieri e famiglie che si riuniscono nei fine settimana, come in un qualsiasi parco. Tuttavia, la consapevolezza che questo non sia un luogo qualsiasi, ma il risultato di una ferita profonda, si percepisce in giornate così significative. Anche ora che il parco simboleggia una rinascita.
“Gli alberi del Bosco delle Querce – racconta Ivan, che all’epoca dell’incidente aveva solo sei mesi – rappresentano per noi soprattutto memoria. Non che ce ne sia bisogno, perché siamo cresciuti con i racconti di nonni e genitori. E, se posso, un po’ di paura persiste. Non abbiamo mai pensato di andarcene, un po’ perché questa è casa nostra e un po’ perché all’epoca non c’erano né soldi né la mentalità per trasferirsi. Si accettava quello che c’era, con un certo fatalismo”.
I ricordi dei genitori del sindaco
Tra i testimoni che non dimenticano ci sono Natalia Rossi e Giovanni Borroni, genitori dell’attuale sindaco di Seveso, Alessia Borroni.
“Alessia aveva solo due anni – racconta la madre del sindaco – e io lavoravo, così lei stava dalla nonna, in un’area a rischio di contaminazione. Fu allontanata per tutto il resto dell’estate, andò con la nonna in Liguria, non ricordo se a Pietra o Finale Ligure. Anche se era solo una bambina, ha sempre detto di avere una memoria di quel periodo, forse per i racconti che circolavano in casa. O per la paura che, nonostante tutto, ha continuato a persistere in questi luoghi per anni”.