«Quando andavo a scuola mi dicevano che ero esagerata, non si capacitavano del perché dovessi stare a casa anche due settimane per dei dolori da ciclo. Ma io mi piegavo in due, era come avere tanti fiammiferi accesi nella pancia».
In vista della Giornata mondiale dell’endometriosi, che si celebra il 28 marzo per sensibilizzare l’opinione pubblica su questa malattia invalidante che colpisce le donne, Ilaria Bazzi, attiva nella Consulta femminile di Lentate sul Seveso e con le Amiche della biblioteca, racconta il suo percorso di sofferenza e la sua rinascita dopo l’intervento del 7 giugno 2011, che le ha permesso di identificare la sua patologia a 24 anni.
La testimonianza di Ilaria Bazzi
«I sintomi sono iniziati da subito – racconta – Già con la prima mestruazione, a 12 anni, avevo dei dolori molto forti, ma i ginecologi non ci avevano dato peso, dato che ero giovanissima». A 18 anni le è stata diagnosticata una policistosi ovarica, inizialmente trattata con la pillola. Poi, a 22 anni, ha vissuto un periodo di grande crisi: «E’ stato un periodo difficilissimo, in cui si sono sommate una serie di problematiche – ricorda – Soffrivo di depressione e di disturbi alimentari, ma anche di ipertiroidismo. Non mi amavo abbastanza e lo stavo manifestando attraverso il mio corpo, che mandava dei segnali».
L’intervento all’ospedale di Desio
A causa di un forte dimagrimento, il ciclo si è interrotto per sei mesi, ma il dolore è tornato in modo acuto.
«Durante la visita ginecologica è emerso che avevo la pancia piena di cisti, pensavano si trattasse di un cistoma ovarico e c’era il rischio che dovessero asportarmi un’ovaia. Sono stata operata all’ospedale di Desio dall’ex primario di Ostetricia e ginecologia Silvio Arienti, che non ringrazierò mai abbastanza, così come la coordinatrice Alessandra Leoni e tutto il suo fantastico staff che si è preso cura di me con amore».
La scoperta dell’endometriosi
Durante l’intervento, il chirurgo ha scoperto una massa di dieci per dodici centimetri nello scavo di Douglas, il punto più basso della cavità peritoneale femminile, tra la parete posteriore dell’utero e il retto.
«Essendo uno spazio anatomico non molto visibile, nessuno aveva mai notato che dei pezzi di endometrio si erano sedimentati lì, causandomi dolori lancinanti – prosegue – Fortunatamente, una volta rimosso il tutto, non ho più avuto problemi. Nei primi anni dopo l’intervento effettuavo dei controlli ogni sei mesi perché temevo che l’endometriosi tornasse, ma ora mi sento più tranquilla».
“Sono stata fortunata, ma ad altre donne non è andata così bene”
Ilaria è consapevole della sua fortuna, «perché non sono stati compromessi gli organi deputati alla riproduzione e quindi è stata preservata la mia fertilità», a differenza di molte altre donne che subiscono conseguenze gravi: «Alcune, nonostante le cure, soffrono tantissimo, altre non possono avere figli e c’è chi ha anche delle serie problematiche a livello fisico. È per loro che bisogna far conoscere questa malattia e promuovere la ricerca».
La cicatrice che le è rimasta
Per sensibilizzare sull’endometriosi, l’Amministrazione comunale illumina di giallo il Municipio negli ultimi giorni di marzo. Ogni 7 giugno, anniversario dell’intervento, Ilaria pubblica sui social la foto della cicatrice che le è rimasta dopo la laparotomia: «Inizialmente era più lunga di quelle che rimangono dopo il cesareo, ma col passare degli anni si nota sempre meno. A volte, con il body painting, la abbellisco con fiori e disegni: vedo questo taglio non come una ferita, ma come un orizzonte da cui poter ripartire».